


Sono sempre stata una persona incerta sul desiderio di diventare madre. Non amavo particolarmente stare in presenza di bambini e spesso mi sentivo dire: "Con i tuoi sarà diverso."
Alla fine mi sono buttata, con la paura un giorno di pentirmi di non aver avuto figli, ma senza una convinzione totale. A distanza di tempo sono sempre più convinta che, per la maggior parte di noi, avere un figlio sia un enorme salto nel buio.
Ho vissuto una gravidanza serena e attiva in modo molto lucido e razionale; ero felice, sì, ma in modo misurato. Anche il parto è stato veloce, e la mia bambina è nata sanissima. Eppure, nel momento in cui me l'hanno appoggiata sul petto, il mio primo pensiero è stato: "Non vedo l'ora che mi diano qualcosa da mangiare."
Niente ondata di felicità, niente amore incondizionato improvviso. Primo campanello d'allarme per una testa come la mia, che viaggia sempre a mille all'ora.
Appena tornata in camera con lei mi sono sentita persa. Ho passato tre notti senza dormire, vagando nei corridoi in lacrime. La montata lattea non arrivava e continuavo a chiedermi: "Ma non mi avevano detto che le donne allattano dall'alba dei tempi?"